NOVITA’ IMPORTANTI PER IL TERZO SETTORE

E’ ormai prossima per taluni Enti del #TerzoSettore la data del 3 Agosto 2019 prevista dal Codice del Terzo Settore (art. 101 co. 2, D.Lgs. 117/2017 e s.m.i.) entro la quale tali Enti dovranno modificare i propri statuti al fine di adeguarli alle nuove disposizioni inderogabili o di introdurre clausole che escludono l’applicazione di nuove disposizioni derogabili mediante specifica clausola statutaria.

Per tali modifiche viene richiesto l’atto pubblico con le modalità e le maggioranze previste per le assemblee ordinarie.

Sono Enti del Terzo Settore in via generale, le Organizzazioni di volontariato, le associazioni di promozione sociale, gli enti filantropici, le imprese sociali, incluse le cooperative sociali, le reti associative, le società di mutuo soccorso, le associazioni, riconosciute e non riconosciute, le fondazioni e gli altri Enti di carattere privato, costituiti per il perseguimento senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante lo svolgimento di attività di interesse generale.
In particolare, tale scadenza interessa soprattutto le Organizzazioni di volontariato (ODV), le associazioni di promozione sociale (APS) e le Organizzazioni non lucrative di utilità sociale (Onlus), che rappresentano la maggior parte degli Enti no-profit così importanti per l’opera che svolgono nella nostra comunità.
Di notevole rilievo sono le conseguenze giuridiche del mancato adeguamento entro tale data, in attesa della completa attuazione del Codice del Terzo Settore con l’introduzione del Registri Unico Nazionale, che avrà attuazione a seguito della pubblicazione del relativo decreto.

INIZIATI I PERCORSI SCUOLA/LAVORO NEGLI STUDI NPA

NPA contribuisce ai progetti di alternanza scuola-lavoro, obbligatoria per tutti gli studenti dell’ultimo triennio delle scuole superiori, cooperando con alcuni istituti del territorio.
Nei nostri studi notarili sono iniziati gli stage formativi che aiutano a creare un ponte tra scuola e mondo del lavoro.
I ragazzi ospitati potranno vedere i diversi aspetti che contraddistinguono l’attività notarile e relazionarsi con ogni fase dell’iter.
Crediamo e contribuiamo ad una maggiore corresponsabilità educativa e sociale e ci auguriamo che questo progetto li aiuti ad indirizzarli in modo più consapevole nelle loro scelte future.

Istituti di provenienza degli alunni:
Camposampiero: Istituto di Istruzione Superiore “Newton-Pertini”
Cittadella: Istituto Tecnico Statale “Giacinto Girardi”
Monselice: Istituto di Istruzione Superiore “Cattaneo-Mattei”
Padova: Liceo Scientifico “Cornaro”
Padova: Istituto Tecnico Commerciale “Calvi”

Separazione, divorzio e nuova convivenza: profili patrimoniali e successori

Molte sono oggi le coppie che decidono di instaurare un rapporto sentimentale stabile al di fuori del vincolo coniugale. Che il concetto tradizionale di famiglia, indissolubilmente legato al matrimonio, sia stato superato non solo da un punto di vista sociologico ma anche giuridico, lo dimostra da ultimo la legge Cirinnà 76/2016 che ha istituito le unioni civili tra persone delle stesso sesso e le convivenze di fatto. Tra i due istituti, quello che può destare maggiori perplessità è il secondo, soprattutto quando i partner hanno alle spalle il fallimento di un matrimonio. Andiamo allora a chiarire come la nuova convivenza more uxorio si rapporta, da un punto di vista legale, con un precedente divorzio o, situazione ancor più delicata (non solo emotivamente!), con una separazione coniugale, ove i membri della coppia mantengono la qualifica giuridica di “coniuge”.

Prima mi separo, poi divorzio

Nel nostro ordinamento, il matrimonio può sciogliersi o in seguito alla morte di uno dei coniugi, o con divorzio. Tra le cause di ammissibilità del divorzio, quella più statisticamente e socialmente significativa è la separazione personale dei coniugi, la quale non comporta la cessazione degli effetti giuridici del vincolo coniugale, ma fa venir meno alcuni obblighi – come quelli di fedeltà e coabitazione – e scioglie la comunione legale dei beni (art 191 c.c.). La separazione può essere consensuale o giudiziale, ma in entrambi i casi è necessario il provvedimento del giudice (dal quale decorrono gli effetti della separazione), perché la separazione di fatto, cioè quella attuata liberamente e sulla base di un accordo informale tra i coniugi, non ha alcun valore giuridico.

Nella separazione consensuale sono le parti a raggiungere un accordo sulle situazioni economico-patrimoniali e riguardo ai rapporti con i figli. Affinché le condizioni pattuite producano effetti, i coniugi devono tuttavia rivolgersi al tribunale il quale, fallito un previo tentativo di conciliazione, omologa l’accordo raggiunto, quando non in contrasto con l’interesse dei figli. Nella separazione giudiziale, non essendoci un accordo tra i coniugi, è il giudice che regola gli effetti della separazione.

Quando uno dei coniugi non abbia un reddito proprio tale da fargli mantenere il precedente tenore di vita, ha il diritto a ricevere dall’altro un assegno periodico di mantenimento, il cui importo viene determinato in base al reddito del coniuge obbligato e lo stato di bisogno dell’altro.

Come abbiamo detto prima, due coniugi separati sono ancora marito e moglie fino al divorzio, e godono pertanto dei diritti patrimoniali e successori previsti derivanti dal matrimonio. Se un membro della coppia muore, l’altro, in quanto erede legittimario, ha diritto ad una quota del patrimonio del defunto.

Diversa è tuttavia la posizione del coniuge cui sia stata addebitata la responsabilità della separazione, al quale non spettano né i diritti successori, né quello al mantenimento, salvo il diritto di ricevere periodicamente una somma nei limiti di quanto sufficiente al sostentamento (il cd. diritto agli alimenti). Se il coniuge cui sia stata addebitata la separazione ha diritto agli alimenti, quando l’altro decede, può soltanto ricevere un assegno vitalizio commisurato al valore dei beni ereditari, al numero degli eredi legittimari e comunque non superiore alla prestazione goduta quando il coniuge obbligato era in vita.

Per poter richiedere il divorzio e per l’effetto, lo scioglimento del vincolo coniugale, i coniugi devono aspettare che decorra un termine minimo previsto per legge, che è di sei mesi in caso di separazione consensuale e un anno in caso di separazione giudiziale (i termini sono stati abbreviati con la modifica del 2015). Può succedere così che, durante l’attesa (bisogna anche calcolare le lungaggini della procedura giudiziale), in cui oramai l’unione è solo legale e non sentimentale, si incontrino altre persone con le quali si voglia iniziare una convivenza. Occorre perciò sapere quali sono i limiti che la legge prevede per questo rapporto e le eventuali accortezze da adottare.

 

Sono separato ma convivo con un’altra persona.

Bisogna sempre tener presente la premessa di fondo: se si è separati, eccetto quegli obblighi che vengono meno, si è ancora coniugi difronte alla legge, anche se si convive con un’altra persona. Con tutte le conseguenze dal punto di vista successorio e patrimoniale. Facciamo un esempio.

Tizio si separa da sua moglie Caia e va a convivere con Sempronia; non solo Tizio non può sposarsi fin quando non divorzia, ma se muore, la sua eredità andrà per legge a Caia e non alla convivente Sempronia. Cosa può fare allora Tizio per tutelare quest’ultima?

Potrà effettuare una donazione o disporre testamento a favore della sua nuova partner, tenendo tuttavia presente le quote che spettano ai legittimari, tra cui moglie e figli. Infatti, se gli atti dispositivi vanno ad corrodere la quota dei legittimi eredi, questi ultimi possono agire in riduzione contro il donatario o il beneficiario del testamento, per reintegrarla sino a quanto di loro diritto. Se il donatario (in questo caso la nuova partner), ha alienato a terzi soggetti quanto ricevuto, i legittimari possono ottenere la restituzione entro venti anni dalla trascrizione della donazione. Per interrompere il decorso di detto termine, e agire per la restituzione anche successivamente, è consigliabile ai legittimari di trascrivere un atto stragiudiziale di opposizione alla donazione.

La nuova coppia di conviventi non può nemmeno sottoscrivere un contratto di convivenza , se anche solo uno dei due è separato ma non divorziato. Tra le novità introdotte dalla legge 716/2016 vi è infatti anche quella per cui i conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali, relativi alla loro vita in comune, con la sottoscrizione di un contratto di convivenza; ma l’art 57 della stessa, prevede appunto la nullità insanibile dei contratti di convivenza in presenza di un vincolo matrimoniale.

…E ci faccio anche dei figli

Nel nostro ordinamento giuridico la posizione dei figli nati dentro o fuori dal matrimonio è in tutto e per tutto equiparata: qualsiasi figlio, non importa quale sia il legame che unisce i suoi genitori, ha diritti patrimoniali e successori sul patrimonio di questi, niente di più e niente di meno da un eventuale fratello nato dal precedente matrimonio di un suo genitore. Tutti i figli godono dello status di erede legittimario e ricevono pertanto una pari quota del patrimonio del genitore comune.

Ma la mia nuova convivenza di fatto fa venir meno il diritto all’assegno di mantenimento

Diverse recenti pronunce della Corte di Cassazione, hanno posto fine alla “furbetta” pratica di non risposarsi per non perdere il diritto al mantenimento dell’ex coniuge: anche una nuova stabile convivenza fa venir meno il diritto al mantenimento. Si ha una famiglia di fatto quando vi sia un nucleo domestico stabile e continuo, portatore di valori di stretta solidarietà anche di carattere economico, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni suo componente. Qualora quindi il coniuge divorziato, a seguito di una scelta esistenziale libera e consapevole, a volte rafforzata dalla nascita di figli, decida di dar vita ad una nuova famiglia con persona diversa dall’ex coniuge, viene rescissa ogni connessione con il tenore di vita caratterizzante la pregressa fase di convivenza matrimoniale, venendo quindi definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge. Il diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso. Se anche la nuova unione dell’ex coniuge fallisce, egli non può tornare a pretendere l’assegno di mantenimento dal primo partner.

 

Post a cura di SuperPartes

Del morso del cane risponde il padrone

Corte di Cassazione, Sezione III, sentenza n. 10402 del 29 settembre – 20 maggio 2016

Cosa cambia per il cittadino.

La Corte di Cassazione, in una recente sentenza, ha ribadito che, in base alla disciplina prevista dal Codice Civile, il proprietario di un animale è chiamato a rispondere dei danni da esso cagionati a terzi, a meno che non dimostri che si sia trattato di un caso fortuito, il quale, però oltre a dover essere caratterizzato da imprevedibilità, inevitabilità e assoluta eccezionalità, non può in ogni caso dipendere dal comportamento dell’animale.

Il fatto.

La questione, per vero assai diffusa, riguarda il caso in cui una persona si rechi in visita presso l’abitazione di conoscenti e il loro animale domestico, nel caso di specie un pastore tedesco, procuri una lesione all’ospite. Ci si chiede se, in tali ipotesi, a dover rispondere dei danni subiti, siano i proprietari dell’animale da affezione.

Le ragioni giuridiche.

L’art. 2052 c.c. prevede che “il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall’animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito”.

Da tale norma di legge deriva che il proprietario è chiamato a rispondere del danno cagionato, in quanto, secondo la Corte di Cassazione, la responsabilità si fonda non su un comportamento o un’attività, commissiva o omissiva che sia, del proprietario, ma su una relazione (di proprietà o di uso, fondante la custodia e la sorveglianza) intercorrente tra il proprietario e l’animale.

L’unica possibilità per il proprietario di non rispondere dei danni causati dall’animale, attiene alla prova liberatoria del caso fortuito, da apprezzarsi sotto il profilo causale, in quanto suscettibile di una valutazione che consenta di ricondurre ad un elemento esterno il danno concretamente verificatosi.

Pertanto non è sufficiente che il proprietario, una volta convenuto in giudizio, provi di essere esente da colpa o di aver usato la comune diligenza e prudenza nella custodia dell’animale, ma occorre che dimostri l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere il nesso causale (Cass. n. 7260 del 2013), che può consistere anche nel comportamento dell’ospite, ma che in ogni caso deve avere i caratteri di imprevedibilità, inevitabilità e assoluta eccezionalità.

Al di fuori di questa ipotesi, a rispondere del danno sarà il proprietario dell’animale, non rilevando in nessun modo che il comportamento dell’animale sia stato causato da impulsi interni imprevedibili o inevitabili.

 

Post a cura di SuperPartes

Lo sportello “bancomat” deve essere accessibile ai disabili

Corte di Cassazione, Sezione III, sentenza n. 18762 del 23 settembre 2016

Cosa cambia per il cittadino

In materia di tutela delle persone con disabilità, costituisce discriminazione la situazione di inaccessibilità ad un edificio privato aperto al pubblico determinata dall’esistenza di una barriera architettonica. Ciò implica che devono essere garantiti ai soggetti con disabilità sia l’accesso allo sportello automatizzato sia la possibilità di utilizzazione del relativo servizio bancario ed eventuali barriere architettoniche ostative devono essere rimosse, anche qualora manchino le norme secondarie di attuazione da parte delle Regioni.

Il fatto

La questione attiene alla richiesta di un soggetto di adeguamento alla normativa in materia di barriere architettoniche di uno sportello bancomat, che il soggetto utilizzava in quanto correntista presso quella Banca. La Corte di Appello di Firenze aveva rigettato l’appello proposto, in base alla considerazione per cui lo sportello era stato installato prima dell’emanazione del Regolamento regionale che dettava le caratteristiche tecniche necessarie.

Le ragioni giuridiche

La Corte di Cassazione, con questa importante sentenza, sottolinea alcuni principi fondamentali. Esiste un diritto soggettivo in capo alla persona con disabilità, consistente nell’eliminazione delle barriere architettoniche, che va riconosciuto in tutte le diverse situazioni previste dalle norme di legge. Non rileva se i regolamenti esecutivi, che dettano le caratteristiche tecniche di luoghi, spazi, parti, attrezzature o componenti di un edificio o di parte di questo, non siano stati emanati o emanati successivamente, perché quando l’accessibilità è prevista dalle norme di legge in favore delle persone con disabilità, questa deve comunque essere assicurata.

In altre parole, quando la legge impone l’eliminazione delle barriere architettoniche questo risultato deve comunque essere raggiunto nel caso concreto, quando si realizzi una situazione di discriminazione e, in mancanza di apposite regole di natura tecnica, non potrà che essere conseguito con accorgimenti di natura tecnica, sufficienti allo scopo, non previsti dalla normativa secondaria ma non di meno obbligatori in base alla fonte primaria.

Nel caso del “bancomat” si dovrà garantire non solo l’accesso ad esso alla persona con disabilità, ma anche la sua “utilizzabilità” trattandosi di un’attrezzatura necessaria al corrispondente servizio bancario, pena la discriminazione in pregiudizio delle persone con disabilità.

Alla luce di tutte queste considerazioni, la Corte di Cassazione ha affermato il seguente principio di diritto “in materia di misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni, costituisce discriminazione ai sensi dell’art. 2 della legge 1 marzo 2006 n. 67, la situazione di inaccessibilità ad un edificio privato aperto al pubblico determinata dall’esistenza di una barriera architettonica (…) che ponga una persona con disabilità (di cui all’art 3. della legge 5 febbraio 1992 n. 104) in una posizione di svantaggio rispetto alle altre. E’ perciò consentito anche nei confronti dei privati il ricorso alla tutela antidiscriminatoria di cui all’art. 3 della legge n. 67 del 2006, applicabile (…) quando l’accessibilità sia impedita o limitata, a prescindere dall’esistenza di una norma regolamentare apposita che, attribuendo la qualifica di barriera architettonica ad un determinato stato dei luoghi, detti le norme di dettaglio per il suo adeguamento”.

 

Post a cura di SuperPartes

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